 |
|
“Narrata con toni di forte partecipazione emotiva, senza però mai scadere nel facile sentimentalismo, l'odissea di Kurt, costretto a divenire anzitempo adulto lungo le strade ghiacciate della Prussia, contribuisce a illuminare un aspetto misconosciuto della recente storia europea.”
Antonio Carioti
Il Corriere della Sera |
Il libro presentato oggi (28/02/2004) dall'Ansa è:
'L'usignolo dei Linke' di Helga Schneider (Adelphi editore)
“Da una decina d'anni Helga Schneider è diventata una delle testimoni più sincere ed efficaci della tragedia del nazismo e dell'orrore della guerra.
"(...) 'L'usignolo dei Linke' è il racconto - affidato a lei bambina
nell'estate del 1949 - di un piccolo profugo prussiano, che lei ha
rincontrato casualmente ad Amburgo un anno fa.”
ansa.it |
Dopo Il Rogo di Berlino e Lasciami andare, madre, Helga Schneider continua,con una lucidità e una fermezza al tempo stesso pietose e implacabili, a scavare nella sua memoria, che la obbliga a testimoniare atrocità esemplari del secolo appena concluso.
Questa volta, assumendo su di sé il carico di un dolore non suo, ci trasmette il racconto affidato nell'estate del 1949 a lei bambina (a sua volta segnata dall'esperienza della guerra) da un piccolo profugo prussiano. Attraverso le parole di Kurt riviviamo così la tragedia delle centinaia di migliaia di tedeschi orientali che nell'inverno '44 - 45', fuggendo davanti all'Armata Rossa che avanza da est, cercano di raggiungere i porti del Baltico e da qui, a bordo di una nave, la Germania Occidentale. Una fuga drammatica, in un freddo micidiale, per strade coperte di neve, fango e ghiaccio, mentre i profughi vengono decimati dalla fame, dalla dissenteria e dalle febbri...
|
|
E' bravissima Helga Schneider, come scrittrice e come persona. Come scrittrice è esemplare nella fedeltà ai propri temi, gli episodi salienti del proprio passato di bambina che ha vissuto la tragedia della Germania, e per la capacità, che presuppone una consumata abilità narrativa, di farli rivivere sotto i nostri occhi attraverso un'estrema attenzione ai particolari concreti e alla dinamica degli stati d'animo. (...) Ne L'Usignolo dei Linke dà ora voce, con calda partecipazione
ed esemplare misura, al calvario dei contadini tedeschi della Prussia orientale che, tra la fine del 1944 e l'inizio del '45, lasciarono i loro poderi per fugguire davanti all'Armata Rossa. Una storia a lieto fine nonostante tutto (...). Commovente? L'aggettivo è desueto, ma questa volta vale la pena di adoperarlo.
Andrea Casalegno
Il Sole 24 Ore |
"Vi sono racconti che assomigliano a deposizioni giurate di un testimone, spettatore o a conoscenza di crimini da giudicare. Alcuni libri di Helga Schneider hanno documentato visivamente, per il tribunale della pubblica opinione, luoghi e personaggi della Germania naziasta, i cui dettagli sfuggivano all'indagine storica. (...) In una prosa di semplice compostezza, che dà al pathos della vicenda un tono veridico e scarno, Helga Schneider descrive un altro atto del dramma svoltosi sotto i suoi occhi e impresso nella sua memoria."
Rolando Damiano
Il Gazzettino |
"E' la storia atroce di una vendetta. La leggiamo come la storia commovente di una vacanza. Alla fine della vacanza - del soggiorno sul lago con Helga - il tredicenne con "l'anima ammalata", la voce profonda "da grande" e l'espressione amara di un vecchio, ritrova il proprio volto di ragazzo. Lo stesso che, reincontrandolo cinquant'anni dopo, l'amica cugina vede affiorare nei suoi tratti da uomo di mezza età. Quando sorride evocando con lei quell'estate del 1949. "la più bella".
Alessandra Iadiccio
Il Giornale |
Il nuovo libro - a differenza degli altri - non è più direttamente la storia della Schneider, ma di un bambino, che ella ha conosciuto (...) storia vera, nella quale l'autrice scava con pietà e fermezza allo stesso tempo.
Maurizio Giammusso
Gazzetta del Sud |
Helga Schneider, con la limpidezza, la capacità di scrittura, la partecipazione emotiva che caratterizza i suoi libri, offre una testimonianza importante su uno sguarcio di storia, che drammaticamente ritorna nella cronaca quotidiana: ci sono sempre troppi Kurt costretti a perdere l'infanzia per il colpevole egoismo degli aldulti.
Enrico Mirani
Giornale di Brescia |
L'autrice intreccia con un tocco lieve ma profondissimo la propria storia a quella di Kurt: i diversi momenti e luoghi del passato si accostano, e a poco a poco da questa deriva del tempo affiora il racconto di lui, in un lucido passo a passo. E in una prosa di grande nitidezza, senza mai un cedimento. A dimostrazione che è possibile, anzi nel caso di Helga Schneider necessario, fare scrittura della propria vita senza togliere nulla al mestiere del narratore. Questo è infatti il suo terzo romanzo di impianto autobiografico, ma passando dalla memoria alla pagina, questo patrimonio di vita perde ogni appartenenza e, come capita ai veri romanzi, diventa di tutti.
Elena Loewenthal
La Stampa |
C’è nell’Europa del Novecento un grande e tragico esodo di cui finora si è parlato poco e con pudore: è quello di milioni di civili tedeschi, di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa, nel gelido inverno tra il 1944 e il 1945, dalla Prussia orientale, dalla Slesia e da tutte quelle terre che sono poi diventate Unione Sovietica e soprattutto Polonia. La scrittrice Helga Schneider lo racconta - con lo stesso stile del Rogo di Berlino e di Lasciami andare, madre - attraverso un’altra finestra aperta sul suo passato, l’incontro da bambina nell’estate del ’49 con un altro bambino, Kurt Linke, che conservava nel suo ostinato mutismo il dramma della fuga dal suo villaggio prussiano. Lo storico Guido Knopp, di famiglia slesiana, lo descrive collocando una lunga serie di testimonianze nella realtà di quei mesi e riproponendo alcuni episodi emblematici (...). Sono due generi letterari molto diversi che hanno però un tratto comune. Parlano in primo luogo di vicende personali e propongono quindi quella dimensione individuale dei grandi problemi storici che è lo strumento decisivo per ricomporre il passato.
Renzo Foa
Liberal |
 |