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Che scriva per un pubblico adulto oppure per i ragazzi, Helga Schneider rimane fedele al suo tema fondamentale: l’esperienza dell’infanzia in una Germania travolta dal nazismo e dalla guerra. Quest’ultimo romanzo si svolge nella Berlino occupata dalle truppe sovietiche e americane, dove i bambini giocano tra le macerie tentando a fatica di strappare alla dura quotidianità quelle sueggestioni fiabesche cui la loro età sembra non poter rinunciare neppure nelle condizioni più avverse. Così la piccola Heike, la protagonista del libro, cerca conforto in un grande melo che cresce nel giardino della sua casa: lo abbraccia, ne accarezza la ruvida corteccia, e soprattutto gli parla, ricevendone, come in ogni fiaba che si rispetti, sagge risposte in grado di aiutarla ad affrontare la vita. Ma é l’unico spiraglio concesso alla sua fantasia; per il resto, la bambina si trova a combattere con una realtà che il trauma della guerra ha reso incerta e desolata. Della casa di un tempo, distrutta dalle bombe, non rimane altro che una buia cantina dove Heike si é ridotta ad abitare con la madre, il cui equilibrio psichico é stato irrimediabilmente sconvolto da uno stupro subito da parte di alcuni soldati russi; e nemmeno il sospirato ritorno del padre disperso in guerra riuscirà a riportare alla normalità la situazione della famiglia. Sembra che le anime stesse dei personaggi vengano inesorabilmente risucchiate dalle profonde voragini aperte dalle bombe nelle strade di Berlino, e che anch’esse, come quegli edifici sventrati di cui rimangono soltanto frammenti di muro o cieche finestre affacciate sul nulla, non possono sperare di risorgere senza una difficile opera di ricostruzione. A questo suo libro sconsolato la Schneider darà un finale lieto, rispettando le consuetudini narrative per l’infanzia; ma ciò che rimane nella memoria del lettore, a dispetto di tutto, é l’affannoso dibattersi della bambina in un’esistenza che non sembra più offrire alcuno sbocco, come se le devastazioni materiali e morali della guerra avessero cancellato completamente l’orizzonte del futuro.
Paola Capriolo
Corriere della Sera |
Helga Schneider é nata alla fine degli anni Trenta in quella parte della Germania che ora é Polonia. Dal 1963 vive in Italia, a Bologna, e potrebbe condurre la tranquilla vita che si addice a una signora di mezza età se non portasse sulle spalle un fardello pesante e doloroso: la memoria di una madre che abbandona i figli per diventare membro delle SS e guardiana nei campi di concentramento. Forse per tentare di cauterizzare delle ferite non cauterizzabili, da anni la Schneider si é dedicata alla scrittura per ragazzi, fedele all’impegno di “scrivere di guerra” per una cultura della pace, che ancora non c’é. “Stelle di cannella” e “L’albero di Goethe” (pubblicati da Salani) sono racconti in cui la Storia - quella vera e spietata - si intreccia con storie di ragazzini e ragazzine. “Heike riprende a respirare”, la nuova prova, si discosta leggermente dalle precedenti. La vicenda - che fotografa la drammatica esperienza vissuta da una cugina della Schneider - non si svolge, infatti, durante la guerra ma alla sua fine, nella Berlino del 1945 devastata dai bombardamenti. Heike, dieci anni, deve confrontarsi con quello che resta dopo un conflitto, macerie, ma anche famiglie e istituzioni distrutte, bambini traumatizzati e disgregazione assoluta di principi, regole e sogni di vita.
Jeanne Perego
Il Tirreno |