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I racconti della Schneider fanno "scrittura della propria vita" rendendola esemplare al di là di ogni appartenenza. Somigliano, come é stato detto, alle deposizioni giurate di un testimone spettatore a conoscenza di crimini da giudicare, documentando all'opinione pubblica luoghi e personaggi della Germania nazista i cui dettagli sfuggivano all'indagine storica. E illuminando con giudizi impliciti, senza una morale sopraesposta e senza bisogno di commenti, il significato politico e morale degli avvenimenti narrati.
Renato Minore
Il Messaggero |
Quali erano le cose più preziose che il Fuhrer custodiva nel bunker sotto la Cancelleria del Reich? "Le salsicce, la carta igienica e il dentifricio..." (...) C'era altro, nel bunker, ma per il bambino e la sorella poco più grande quelli erano beni supremi in una Berlino sbriciolata dalle bombe. "Ma soprattutto ricordo la fame terribile, la paura sempre, la sporcizia e la puzza. Ricordo i cimici, ricordo che non c'erano medici né medicine. Ricordo il degrado di una città che era stata una capitale. Proprio perché ricordo questo, soffro per quei bambini che ancora oggi, in varie parti del mondo, crescono così."
Paola Springhetti
Avvenire |
Berlino, il cielo é rosso come se stesse sanguinando.
Sulle strade sventrate della città che brucia, un omnibus sbuffa e arranca.
A bordo ci sono Helga e suo fratello Peter che trascorreranno ventiquatt'ore nel bunker sotto la cancelleria del Reich, dove potranno stringere la mano del grande Fuhrer Adolf Hitler...
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E' stato il film di Oliver Hirschbiegel "La caduta, Gli ultimi giorni di Hitler" a far riaffiorare nuovi ricordi. Ecco allora il bisogno di raccontare la sua versione di quella tana degli ultimi mesi prima della disfatta (...), il ricordo di un'agghiacciante gita-premio nell'epicentro del Male, il covo sotterraneo di Hitler.
Antonella Barina
Il Venerdì di Repubblica |
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Io, piccola ospite del Führer di Helga Schneider (Einaudi), é la straordinaria testimonianza di una delle bambine che trascorsero 24 ore nel bunker sotto la Cancelleria del Reich nell’ultimo inverno prima della disfatta.
Paolo Perazzolo
Famiglia Cristiana |
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Intrecciandosi di continuo con le circostanze storiche, la memoria più privata s'allarga a rappresentare - senza mai forzarne il segno - il necessario disagio di un esame che tocca le più profonde ferite: quelle che nulla concedono alla retorica e ai facili proclami.
Giovanni Tesio
La Stampa |
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Helga Schneider (...) è capace con poche parole di sbattere in faccia ai lettori tutto l'orrore, l'insensatezza, il dolore della guerra e dell'intolleranza con il candore della testimone-bambina che è stata, ma anche con la saggezza della testimone-donna che è diventata.
David Frati
Mangialibri numero 7, anno I - 30/1/06 |
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Memorie nel bunker: niente come lo sguardo di un bambino é capace di denudare l'intollerabile protervia del potente. (...) Basta leggere "Io, piccola ospite del Fuhrer" di Helga Schneider per rendersene conto. Preda come tutti dei morsi del gelo e della fame, la piccola Helga fa parte - insieme al fratello Peter - di un gruppo di bambini che avranno il "privilegio"di accedere al bunker hitleriano per incontrare il Fuhrer di persona. E la Schneider restituisce con commossa puntualità l'atmosfera plumbea e opprimente: la luce spettrale dei lunghi corridoi, l'odore nauseante di muffa e diesel che pervade l'aria e prima ancora l'agghiacciante stupidità di chi lo abita. Valga per tutti l'episodio dei bambini piazzati sotto la lampada al quarzo per evitare a Hitler la visione di volti smunti e esangui.
Franco Marcoaldi
La Repubblica |
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Tra le rovine (di Berlino), drappelli incoscienti di giovani "ariani" intonano le cupe note dell'Horst-Wessel-Lied, la canzone di lotta delle SA, i famigerati reparti d'assalto hitleriani. Anche così si resta orfani, con un passato usurpato e i pochi strumenti che il tempo forgia per riscattarlo: strumenti poveri, come la scrittura, ma dei quali - sull'esempio di Helga Schneider e parafrasando Elias Canetti - non si può fare a meno per "addurre immagini di assoluta verità di contro agli esempi fatali" e scongiurare che altri possa soffrire le stesse perdite.
Stefano Gallerani
Alias, Il Manifesto |
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L'autrice propone andate e ritorni cronologici e psicologici di una biografia innestata in un fazzoletto di dolore europeo mai veramente ripiegato e riposto nell'oblio da mondo.
Francesca Dallatana
Gazzetta di Parma |
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Il lettore si ritrova partecipe della quotidianità della gente comune e respira l'atmosfera della Germania del 1945. La valenza pedagogica delle sue opere é tale da aver spinto la creazione di una linea diretta alle scuole, perché la memoria va perpetrata, nel tentativo di imparare e non commettere gli stessi errori di chi ci ha preceduto.
Dunya Carcasole
L'arena
Bresciaoggi |
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Helga Schneider non sceglie una memoria autoipnotica e regressiva: quella Berlino dove anche i vivi sembrano necrotizzati, quei dialoghi fra ombre uscite da un inferno, sono materiali d'infanzia rivisitati con la mente di oggi.
Maria Serena Palieri
L'Unità |
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Questo libro é una testimonianza eccezionale. Spiega molto bene cosa volesse dire vivere a Berlino durante la guerra, anche per i tedeschi.
Donna Moderna |
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Forse la volontà di scrivere anche questo racconto in italiano, anziché nella lingua madre, nasconde una scelta morale, un desiderio di purificazione che, attraverso un doloroso autobiografismo, prova a rendere visibile un pensiero lucido e leggero, nell'incerta e confusa realtà di oggi.
Giuseppe Giglio
STILOS |
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"Io in quel bunker ci sono stata..."
Parla così Helga Schneider, testimone involontaria dei tragici anni del nazismo. (...)
"I miei sono libri di denuncia, concatenati l'uno all'altro (...) ma questo é l'ultimo capitolo."
Veronica Tarabella
Il Resto del Carlino |
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