Dicembre 1944
Uno dei ricordi che sarebbero rimasti incancellabilmente fissati nella mia mente era il soggiorno nel bunker del Führer.
L'ultima dimora di Adolf Hitler era frutto di un'architettura senza futuro, un angusto dedalo di morte nel quale, malgrado l'atmosfera umida, malsana e opprimente, vigeva fino al momento estremo una disciplina ottusa e pedante.
Fu grazie a una delle astruse mosse propagandistiche del ministro Joseph Goebbels che mio fratello e io, insieme ad altri gruppi di bambini berlinesi "privilegiati", eravamo stati trasformati nei "Piccoli ospiti del Führer", anche se io in quel bunker non mi sentivo ospite ma prigioniera. Mi mancava l'aria, soffrivo di crisi di panico e avevo l'impressione che da quel luogo non sarei uscita viva. Solo il cibo, che arrivava puntuale e abbondante, riusciva a conciliarmi appena un poco con quella strampalata vacanza da talpa che dovevo alla mia zia acquisita che lavorava nel "Propagandabüro" di Goebbels.
E lo incontrammo, il Führer, e non credevo ai miei occhi!
Mentre Hitler avanzava verso di noi, io lo fissavo trattenendo il respiro. Camminava piano, le spalle lievemente incurvate, il passo strascicato. Pensavo: sarebbe questo l'uomo che aveva fatto delirare le folle come aveva raccontato il nonno? Io invece vedevo un vecchio dai movimenti stentati. Notavo un lieve tremolio alla sua testa, e il braccio sinistro pendeva inerte lungo il suo fianco come se fosse di gesso. Ero incredula, tremavo di ansia e nervosismo. E finalmente, dopo aver dato la mano ai primi bambini della fila, toccava a me. Ecco, mi trovavo dinnanzi al Führer del Terzo Reich! Mi sembrava alto, ma forse perché io ero solo una bambina.
Adolf Hitler mi tese la mano e mi fissava negli occhi. Malgrado l'aspetto decadente aveva lo sguardo ancora fermo e penetrante che mi intimoriva. Nelle sue pupille c'era uno strano luccichio come se un folletto ci ballasse dentro.
La stretta del Führer era molle, la mano calda e sudaticcia. Ne ero sconcertata ricevendone un'impressione così sgradevole da essere tentata di ritirare la mia, ma mi dominai.
Adolf Hitler mi chiese: "Come ti chiami?"
"Helga!", risposi troppo vivace. Mi dimenticai di aggiungere "mein Führer" come mi era stato raccomandato.
La faccia del Führer era sciupata. Intorno agli occhi si spiegava un fitto ventaglio di rughe e la pelle era floscia. Solo i baffetti ben tagliati benché ormai radi e grigi mantenevano un barlume di consistenza fra quei lineamenti sfatti. Ma lo sguardo...no, lo sguardo era ancora magnetico e penetrante.
Quando la mano del Führer si ritirò dalla mia provai un senso di sollievo. Senza dire altro Hitler passava oltre e una donna, che reggeva un cesto, mi consegnava una barretta di marzapane.
Era finita. Toccava a mio fratello.
Cinque minuti di Storia, forse avrei dovuto dimenticarli. E invece sono rimasti ostinatamente fissati nella mia mente.
Nitidi e indelebili. |